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MOSAICO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

ARTE CHE MEDITA LA MISERICORDIA

La mostra che viene qui proposta, grazie alla premura e disponibilità del maestro mosaicista Rino Pastorutti, dell’agiografo Blasios Tsotsonis, della collezione e dell’archivio di Mosaicpro, risponde alla necessità culturale di riguadagnare i linguaggi estetici dell’esperienza religiosa. La dimensione religiosa a tutti gli effetti è un’esperienza estetica, intendendo per estetica ciò che è teoria della sensibilità, della percezione sensibile, e perciò pensiero razionale o razionalità riguardo i sensi.

Il cristianesimo, a differenza dell’ebraismo e dell’islam, che sono religioni della Parola, è religione dell’immagine, del corpo e della sensibilità, poiché si riferisce quale modello all’incarnazione del Verbo, “immagine del Dio invisibile”. Una storia anticipata dai profeti che invocano la misericordia di Dio, annunciata a Maria, compiuta con il sacrificio di Cristo e con la sua Resurrezione, che mostra a tutti e per tutti qual’è la pienezza di umanità raggiungibile, perciò riconoscendo l’amore di Dio, la sua Misericordia. Questa risuona nell’intimo di ciascuno attraverso la percezione della bellezza. Dunque l’arte, che cerca bellezza nella verità di humanitas della storia di Gesù, ci aiuta a capire il Sommo Bene e ci regala bagliori di felicità con la meraviglia della Trascendenza.  L’arte è un linguaggio estetico, fatto più di percezioni che di giudizi, è una messa in scena del livello più profondo delle percezioni.

Afferma il teologo H. U. von Balthasar: “La bellezza disinteressata senza la quale il vecchio mondo era incapace di intendersi, ha preso congedo in punta di piedi dal moderno mondo degli interessi, per abbandonarlo alla sua cupidità e alla sua tristezza. … In un mondo senza bellezza… anche il bene ha perduto la sua forza di attrazione, l’evidenza del suo dover-essere-adempiuto… In un mondo che non si crede più capace di affermare il bello, gli argomenti in favore della verità hanno esaurito la loro forza di conclusione logica”.

Bruno Forte nel suo libro “La Bellezza di Dio” scrive poi: “Di questa santità, intesa come bellezza e unità con l’Eterno, la modernità, tempo della ragione forte ed emancipata, ha perso il senso e la strada. Perciò l’epoca moderna è il tempo dell’utopia: dove la ragione moderna pensava di aver tutto compreso, la volontà di potenza delle ideologie ambiva ad imporre alla realtà complessa e drammatica la totalità senza ombre dell’idea, rincorrendo l’aspirazione utopica di un compiuto regno dell’uomo. In questa ambizione, affamata di totalità, non restava spazio per la Trascendenza, perché non può esserci posto per il divino lì dove non siano riconosciuti l’ulteriorità e l’indicibilità del mistero: la bellezza evoca, non cattura, suscita, non arresta, invoca, non presume. Perciò, nel tempo dell’utopia velleitaria della ragione adulta la bellezza è stata respinta, esiliata o ridotta a calcolo, a volgarissimo kitsch, … Ciò di cui allora v’è urgente bisogno al compimento della parabola dell’epoca moderna è un recupero della bellezza della verità e del bene, che li faccia amare, poiché, come dice sant’Agostino (De musica), “non si può amare che il bello”. … Fra utopia e disincanto sarà la riscoperta del bello che aiuterà ad incontrare il Tutto nel frammento…”. E tutti cerchiamo il fascino, la meraviglia, l’appagamento dato dalla bellezza. Dunque cerchiamo Dio.

Nei suoi “saggi di architettura e di iconografia dello spazio sacro”, a proposito della mobilitazione degli affetti e della via estetica della fede, Roberto Tagliaferri scrive: “L’estetica rappresenta il momento della fascinazione ambigua e labirintica della verità ed è il luogo proprio dell’interiorità, della coscienza spirituale. Il suo gioco dichiara esaurita la datità immediata dell’esperienza e registra una sporgenza, una non coincidenza col mondo. Svela all’essere-nel-mondo la sua originaria dis-abitazione. Apre incessantemente un varco tra le esattezze di una conoscenza puramente oggettiva e le utilità di un interesse puramente funzionale al bisogno. E’ il gioco del dono senza contro-dono, della grazia attraverso e oltre la legge della natura e della morale, della scienza e della religione. L’estetica non asseconda il dualismo di mondo e sovramondo, apre il mondo all’infinita possibilità di esperienze, compresa l’esperienza religiosa, corredata da un’autocomprensione razionale propria, non riducibile al razionalismo scientista. Da questo punto di vista opera un arbitrato nella dura contesa tra grazia e libertà, tra fede e ragione, perché risparmia l’uomo dal suo sacrificio per compiacere Dio e salva l’irriducibilità del dono dall’alto. L’estetico va oltre l’eccitazione dei sensi e diventa prolessi della trasfigurazione, dei nuovi cieli e della nuova terra; si carica dei problemi fondamentali, si disfa volentieri delle mere suggestioni retoriche dell’arte come divertimento o del sentimento come soggettivismo solipsistico”.

Le strade dell’arte sacra si divisero tra Oriente e Occidente circa il valore sacramentale delle immagini, sebbene rimase comune l’alto valore attribuito all’arte e alla dimensione estetica, con un’identica strategia di fondo per cui l’evangelizzazione era stata affidata più all’occhio che all’orecchio. L’immagine è stata più contagiosa dello scritto. L’oriente ha perseguito più decisamente la via “sacramentale” dell’immagine, legando all’efficacia anche un valore teologico. In Occidente però l’immagine ha quasi più riscontro che in Oriente. L’Oriente ha raffinato la simbolizzazione teologica e la teologia della luce, l’Occidente ha accolto ogni stile, tecnica o ispirazione, poiché tutto può e deve proclamare e celebrare in Gesù Cristo per lo Spirito Santo le meraviglie di Dio.

“L'icona evoca un archetipo, cioè desta nella coscienza una visione spirituale: per chi ha contemplato nitidamente e coscientemente questa visione, questa nuova, secondaria visione per mezzo dell'icona, è anch'essa nitida e cosciente ... Qui non si può concedere il minimo spazio all’idea che sarebbe la soggettività di chi la osserva che si manifesterebbe attraverso l’icona – tanto questa si mostra viva, indubitabilmente oggettiva e autonoma allo sguardo sia dello spirito, sia del corpo. Come una visione sfolgorante, straripante di luce si mostra l’icona” (Florenskij, Le porte regali).

L’Occidente cristiano, pur essendo debitore dell’arte bizantina, ha scelto la mediazione antirituale delle icone, che perdono sacralità ed esaltano le proprietà psicologiche e introspettive dell’artista. La prospettiva introdotta nel Rinascimento poi, cerca di rappresentare la realtà per l’occhio umano, l’occhio dell’artista e dello spettatore: l’immagine diventa Bibbia dei poveri e catechesi per gli illetterati. E si passa infine dal culto dell’immagine al culto dell’arte, spesso perdendo esperienza, emozione, presentimento del sacro, in favore di controllo, ideologia e dottrina. Oggi soprattutto il diffondersi dei mass-media ha enfatizzato il vedere sull’ascoltare. Allora guardiamo bene queste opere dove riconosciamo sottesa una profonda meditazione, sia nel riproporre magistralmente archetipi di icone e pregnanti, significative immaginazioni d’artista, sia nella paziente e raffinata traduzione in mosaico delle stesse: tutte comunque rimandano all’amore di Dio per l’umanità.

Lasciando perdere le molte altre implicazioni storiche, filosofiche e teologiche dello sviluppo dell’arte sacra in Oriente e Occidente, stiamo con Giovanni Paolo II che così dice in Duodecimum saeculum n. 12: “La nostra tradizione più autentica, che condividiamo pienamente con i fratelli ortodossi, ci insegna che il linguaggio della bellezza, messo al servizio della fede, è capace di raggiungere il cuore degli uomini, di far loro conoscere dal di dentro Colui che noi osiamo rappresentare nelle immagini, Gesù Cristo”.